Fino a pochi anni fa, i siti di ricette erano un piccolo miracolo digitale: migliaia di visite al giorno, comunità di appassionati, ricavi pubblicitari che permettevano a redazioni anche minuscole di sopravvivere. Oggi, molti di quei siti stanno chiudendo o ridimensionandosi drasticamente. Non è un fenomeno isolato, né un incidente di percorso. È il sintomo di un cambiamento strutturale che sta distruggendo l’editoria digitale, pezzo dopo pezzo.
Il problema non sono le ricette in sé, ma il modo in cui le persone le cercano. Secondo dati raccolti tra maggio 2024 e maggio 2025, le ricerche “zero-click” (quelle in cui l’utente trova tutto direttamente nei risultati di Google senza cliccare su nessun sito) sono passate dal 56% al 69% nel segmento delle notizie. Vuol dire che quasi sette ricerche su dieci si concludono senza che l’utente visiti un sito esterno. E questo fenomeno non riguarda solo le notizie: si estende a ricette, guide, tutorial e quant’altro. Le analisi di mercato dicono che il 40% delle ricerche si risolve con risposte sintetiche, e il traffico organico verso i siti è crollato tra il 15% e il 25% rispetto al passato.
Il traffico complessivo verso i siti di informazione è diminuito in modo drastico: secondo il Reuters Institute, nel 2025 il traffico proveniente da motori di ricerca come Google è calato del 33% rispetto ai livelli storici. La SEO, quella disciplina che per anni ha tenuto in piedi interi modelli di business, non basta più. E non è tutto: quando nei risultati compare un blocco sintetico generato dall’intelligenza artificiale (come gli “AI Overview”), il tasso di clic sui link tradizionali precipita dal 15% al 8%. Tradotto: le persone non cliccano più, perché si accontentano di quello che trovano già pronto.
Le grandi testate non sono immuni. Nel 2025, realtà come il The New York Times hanno visto scendere le visite da ricerca organica dal 44% al 36,5% nei primi mesi dell’anno.
E qui arriva il problema più grande: non è solo una crisi economica, è una crisi di senso. Ci stiamo abituando a informazioni veloci, superficiali, omologate. Ci stiamo disabituando a leggere, a verificare, a pensare. Le piattaforme vogliono tenere gli utenti all’interno dei loro ecosistemi, e i contenuti devono essere sempre più veloci, sempre più gratuiti, sempre più intercambiabili. La qualità? Un lusso che nessuno può più permettersi. La pluralità? Un ricordo.
Quello che sta accadendo ai siti di ricette è solo l’inizio. È un laboratorio di ciò che accadrà a tutto il resto dell’informazione digitale. E la domanda che dovremmo farci è: quando tutto sarà appiattito, omologato e controllato da pochi algoritmi, chi deciderà cosa è vero e cosa è falso? Le macchine? Le stesse che oggi sintetizzano ricette (spesso sbagliate) e domani decideranno cosa è degno di essere letto?
Non è una transizione, è una resa.


