Riccardo Luna ha pubblicato di recente il libro Qualcosa è andato storto.
Non è un attacco alla tecnologia, ma una riflessione lucida su come internet e i social network abbiano smarrito la loro promessa originaria. Che porta a una domanda semplice: perché qualcosa che doveva allargare il mondo ci ha resi più stretti?
All’inizio la rete era una frontiera aperta: possibilità, connessioni, accesso al sapere. Oggi, l’uso che ne facciamo somiglia sempre più a un corridoio rumoroso dove tutti parlano, pochi ascoltano, e quasi nessuno esce davvero di casa. Quello che sembrava uno spazio di libertà si è trasformato in una continua competizione per l’attenzione.
Non partecipiamo: scorriamo. Non viviamo: osserviamo. Non costruiamo: accumuliamo numeri.
Ci hanno venduto l’idea della partecipazione e noi ci siamo immersi fiduciosi in un sistema che alla fine abbiamo scoperto essere basato sulla reazione impulsiva.
I like hanno sostituito il pensiero. Ogni cosa è diventata un sondaggio, ogni opinione una ricerca di consenso. I follower hanno sostituito la reputazione e la visibilità ha sostituito il valore.
Il risultato? Ansia da confronto, frustrazione, senso di inadeguatezza. Siamo perennemente connessi e profondamente scollegati.
Questo non è progresso, questo è consumo emotivo.
La lente rotta del mondo
Dal libro emerge chiaramente che la rete non ha creato dal nulla il degrado del dibattito, ha solo accelerato e amplificato quello che già esisteva.
A partire dalla politica. La crisi di fiducia nelle istituzioni era già nell’aria. I social hanno fatto da moltiplicatore, trasformando la complessità in slogan.
Quello che forse non era scontato è che avremmo spostato la logica del voto dentro ogni minuto delle nostre vite, trasformandole in una votazione permanente che ci coinvolge anche nelle cose più banali.
Tutto questo ha corroso la nostra partecipazione non solo alla vita sociale e politica (sono tutti uguali, perché fidarsi, perché spendersi, perché votare?) ma anche nelle relazioni personali, nel lavoro, nel modo in cui guardiamo noi stessi.
Siamo alla fine dell’illusione?
Mettiamoci il cuore in pace: i social non verranno “abbandonati” in massa. Però non sono più il futuro, hanno perso lucentezza. Sono diventati ambiente, rumore di fondo, forse persino una fatica quotidiana.
Siamo passati dalla promessa alla dipendenza. E ora siamo bloccati lì, a metà, a chiederci: e adesso?
Riccardo Luna scrive: “Negli ultimi vent’anni c’è stata una rivoluzione, la rivoluzione digitale; chi l’ha guidata ha fatto scelte dettate solo dal profitto e questo ha fatto un sacco di danni; e ora dobbiamo capire come andare avanti, non come tornare indietro, perché indietro di solito non si torna mai.”
E chi li ha utilizzati?
Se il punto è che non si può tornare indietro e non serve spegnere tutto, allora chi li ha usati, e continua a usarli, può provare a cambiare direzione.
Si dice spesso che questa benedetta tecnologia dovremmo usarla meno e meglio. Rallentare invece di reagire, cercare senso invece di visibilità. Tutto giusto. Forse.
Ma per quale improvvisa maturità collettiva dovremmo diventare più consapevoli, più sobri, più profondi, se tutto l’ecosistema è costruito per portarci esattamente nella direzione opposta?
Forse non serve una fuga. Forse serve una nuova rivoluzione, non digitale, ma umana.
Il principe Myškin di Dostoevskij diceva che solo la bellezza, quella spirituale e morale, non necessariamente estetica, può salvare il mondo. Forse è da lì che si riparte: non dal rumore, ma dalla bellezza.
Per alcuni di noi, andare avanti significa costruire una comunicazione più vera, più puntuale, più attenta. Tornare alla scrittura e ritrovare/ridare il tempo della lettura. Meno spiare la vita degli altri dal buco della serratura, più abitare la nostra.
Forse è proprio da qui che può iniziare qualcosa che somigli davvero a una rivoluzione.
in copertina Self Portraits by Vivian Maier


